Quando si parla dell’editoria in Italia c’è un dato di fatto che ormai non fa nemmeno più scalpore, tanto ormai si è consolidato, ed è il bassissimo numero dei cosiddetti “lettori forti”. Fanalino di coda dell’intera Europa, l’Italia è noto come il Paese in cui si legge pochissimo, e i dati, anno dopo anno, non fanno che confermare questo fatto. L’AIE (Associazione Italiana editori) ha presentato il suo resoconto anche relativamente al 2016, e si può notare come la situazione sia pressoché invariata. Il numero dei “lettori forti”, vale a dire quelli che in media leggono almeno un libro al mese, è di tre milioni di persone, su una popolazione complessiva che oscilla tra i 22 e i 24 milioni. I lettori forti sono rappresentati per lo più dalle persone più anziane e da quelle giovanissime, ovvero i bambini. I lettori che potremmo definire “deboli”, ovvero che leggono solo occasionalmente, sono una massa indistinta la cui entità dipende in gran parte dal best seller del momento. La “crisi dell’editoria” dunque, che è in atto ormai da oltre vent’anni e che mina in modo inesorabile il mercato del libro, è stata sempre addebitata ai consumatori. La colpa della crisi dell’editoria, per dirla con una parola, è degli italiani, che leggono poco o non leggono affatto. Ma è davvero così? In effetti, si scopre che c’è un altro dato che andrebbe preso in considerazione e che invece viene per lo più ignorato, ed è quello dei libri che vengono pubblicati ogni anno. Con questo non si vuole dire che non sia vero che l’Italia è un Paese dove la lettura non è molto amata, ma è anche vero che questa, come si diceva appunto, non è affatto una novità. La carenza di lettori forti non è un dato che è emerso solo negli ultimi anni. I lettori forti sono sempre stati gli stessi, come numero, a partire dagli anni Ottanta. In quel periodo però il mercato librario era tutt’altro che in crisi ma prosperava. Come mai? La risposta è semplice e sotto gli occhi di tutti, anche se sovente viene bellamente ignorata. Il problema non sta nel numero dei lettori, ma nel numero dei libri. Nel 1980, sempre secondo gli attendibilissimi dati AIE, sul mercato librario italiano uscivano in media 13 mila novità l’anno; 1000 di questa novità erano di narrativa. Nel 2016 le novità in libreria sono state ben 66 mila, di cui 18 mila appartenenti al genere della narrativa. I numeri parlano chiaro: la produzione di libri è aumentata a dismisura a fronte di un bacino d’utenza che è restato invariato. Impossibile dunque aspettarsi altro che un crollo delle vendite, se confrontate alla spropositata quantità di materiale prodotta. Tutto questo è accaduto per via della progressiva industrializzazione del mercato del libro, che ha fatto in modo che si stampassero sempre più volumi, cosa che, giocoforza, va a scapito della qualità e anche della permanenza in libreria. Inoltre, il lettore non ha nemmeno più il tempo di discernere con calma quale possa essere il testo più adatto a lui, oppresso com’è da una scelta davvero troppo vasta. Da un punto di vista economico questo sistema può essere retto solo dalle grandi case editrici, che riescono a garantire ancora i loro fatturati, ma fagocita le piccole case editrici e soprattutto conduce ad una morte progressiva del settore, che perde sempre più in qualità, alimentando la sua crisi già conclamata.