Era il 1933 quando il nazismo consumò non uno dei suoi atti più crudeli, perché altri ben peggiori ne sarebbero seguiti, ma compì il gesto che più di ogni altro dava il senso della cieca barbarie in cui stava per sprofondare l’Europa. A Kassel , in Friedrichsplatz, si consumava il Bücherverbrennung, il rogo dei libri. Tutti quei volumi che, per un motivo o per l’altro, non erano considerati in linea con l’ideologia del partito vennero simbolicamente bruciati e pubblicamente banditi. Quel gesto segnò l’inizio di un’epoca di oscurantismo, dove ogni libera circolazione delle idee era preclusa e dove vigeva il pensiero unico del Grande Dittatore. Oggi i tempi sembrerebbero essere profondamente cambiati, ma la storia ci insegna che nessun’epoca è immune alla possibilità di un “rogo dei libri”, con tutto ciò che questo significa. Perché infatti nella storia dell’uomo, purtroppo, ce ne sono stati parecchi altri di episodi simili. Ogni volta che una nuova idea iniziava a diffondersi cercando di minare il potere costituito, ecco che nei libri veniva individuato il nemico numero uno da debellare fisicamente. Nel lontano 641 a.C. venne distrutta una di quelle che era considerata tra le Sette Meraviglie del Mondo Antico, la Biblioteca di Alessandria, per volontà del Califfo Omar il quale riteneva che tutto quello che c’era da sapere era nelle parole di Allah. La Santa Inquisizione bruciò centinaia di volumi che minavano l’ortodossia cristiana. All’epoca della dittatura di Stalin in Russia vennero inceneriti dei preziosi manoscritti nei sotterranei della Lubjanka; e l’elenco potrebbe proseguire ancora. Ma per ricordare tutto questo, e allo stesso tempo per lenire le ferite lasciate aperte dai roghi della barbarie, il 10 giugno proprio a Kassel, proprio in Friedrichsplatz, è stata inaugurata una particolarissima opera d’arte per festeggiare l’inaugurazione ufficiale di “Documenta”, una delle maggiori rassegne di Arte Moderna e Contemporanea in Occidente. L’opera è stata costruita dall’artista argentina Marta Minujin. Considerando la mole dell’opera, la Minujin non ha fatto tutto da sola: l’ha aiutata un gruppo di volenterosi studenti che hanno lavorato per mesi affinché tutto fosse pronto per l’inaugurazione. Il “materiale” di costruzione è stato raccolto tramite crowdfunding. L’opera si chiama “The Parthenon of Books”, il Partenone dei Libri, ed è esattamente ciò che dice il suo nome. Con oltre 100 mila libri avvolti nella plastica è stata rivestita una struttura di acciaio che riproduce fedelmente, nelle forme e nelle dimensioni, il Partenone di Atene, una delle costruzioni più belle e gloriose del nostro passato. Il significato simbolico dell’opera è chiaro, e ancor più chiaro diventa se si pensa che i libri non sono stati scelti a caso. Ognuno di loro, per qualche motivo, è stato in passato messo all’indice, bruciato, considerato eretico. Invece quando “Documenta” chiuderà i battenti, il 17 settembre, chi vorrà potrà prelevare uno di quei libri e portarlo via per leggerlo. Con un’opera monumentale, leggerissima e pesante al tempo stesso, la Minujin ha voluto ricordare che ci sono valori assoluti che la civiltà ha il compito di proteggere sempre, e che l’arte in questo è una grande alleata. La libertà di pensiero, che non deve essere assoggettata a nessun partito politico, è la base stessa della democrazia, l’unica forma di governo che può garantire una pacifica convivenza tra i popoli. In un momento storico così drammatico per l’Europa, stretta nella morsa del terrorismo, il messaggio lanciato dal Partenone dei Libri infonde un grande coraggio, perché dimostra come esistano monumenti e cose che non possono mai essere distrutti, se si tiene in vita l’idea che li ha animati.